di CROCETTA BONOMO
Picenze è un piccolo paese del comune di Barisciano a circa 17 km dall'Aquila. Negli anni 50’ l’economia di questo piccolo paesino girava tutta su di esso e, per questo motivo, non aveva bisogno di comprare altrove. Con l'agricoltura, anche se povera, si riusciva a vivere dignitosamente. Tra le varie coltivazioni, per esempio, c’era quella del grano che serviva a fare la pasta, i dolci e altro; Quella dell'avena e l'orzo per le bestie e quella delle patate, dove quelle grandi si usavano in cucina e quelle piccole si cuocevano ai maiali. Ciò che avanzava dalla produzione si dava ad un commerciante che a sua volta forniva olio, pomodori, zucchero e tante altre cose.
Nella mia famiglia c'era una tradizione: noi avevamo una grossa vigna e da lì veniva fuori un vino che vendevamo alle persone dei dintorni. Durante la giornata lavorativa nella vigna, a colazione, verso le ore 11, si stendeva un grosso telo a terra e si mangiavano peperoni e formaggio. Inoltre, si portava un intero prosciutto e si faceva festa. Dopodiché si riportava l'uva nella cantina, dove si pigiava, si torceva e si faceva fermentare. Una volta finito, si riempivano le botti.
A Picenze ci sono sempre state molte feste. Si iniziava con il lunedì di Pasqua, dove si festeggiava la madonna addolorata e, siccome la nostra parrocchia possiede tante reliquie di santi (riportate dai viaggi dei nostri antenati), quel giorno il sacerdote si metteva sulla balconata della chiesa e mostrava tutte le reliquie e per ognuna di esse pronunciava il nome del Santo. La folla faceva il segno della croce e un signore, dal balcone, faceva segno con un fazzoletto bianco allo sparatore e quest'ultimo sparava. Mentre la banda faceva la sua esibizione, i cittadini sfilavano per le vie del paese portando con sé tutti i Santi. Le donne portavano le varie statue della Madonna e gli uomini le statue dei Santi più pesanti. Oltre al lunedì di Pasqua, c'era anche la festa di San Rocco. E anche quel giorno si onorava il santo con la processione, la banda e i fuochi d'artificio. Inoltre, la sera si festeggiava con la pucchella, una bambola piena di bombe dove un signore si metteva dentro di essa e lei sparava scintille da tutte le parti.
Molto tempo fa, quando ancora non c'era la corrente, si andava nelle stalle e ci si riscaldava con gli animali. Queste stalle erano formate da una stanza, come un salotto, con una finestrella. In mezzo si metteva un lume e tutti quanti si mettevano intorno ad esso. Lì solitamente si faceva la calzetta e si rammendava. Le ragazze ricamavano mentre gli uomini raccontavano storie. Oltre ai signori e le signore, ovviamente, c'era il posto per gli asini, le mucche e i maiali. In fondo c'era la grotta per le pecore e da un lato il mucchio di letame. Era un luogo molto caldo e per questo motivo veniva fatto in tutti i vicinati. Alcune volte, i giovanotti uscivano con le fisarmoniche e sbirciavano dalle finestre per vedere le ragazze che gli interessavano. Quando ne avevano scelta una, iniziavano a suonare. Dopodiché, se anche la ragazza fosse stata d’accordo, si sarebbe aperta la porta e loro entravano. Per passare il tempo in queste stalle, si portavano i nocci (mandorle), il latte e il vino e si faceva festa con canti e balli. Ricordo che l'inverno c'era tanta neve e si andava a messa anche quando faceva tanto freddo. Le anziane portavano il fuoco nello scaldino e i giovani ci mettevano il sale.
Io avevo un vecchio bisnonno che raccontava quando anche da noi c'era la peste. Quando qualcuno era infetto da essa veniva avvolto in un telo e portato in una chiesa vicino al cimitero. Lì venivano messi tutti a terra aspettando la loro morte. Quando morivano li portavano tutti al cimitero e disinfettavano il tutto con la calce.
Il nostro è un paese di emigranti: si andava in America, in Francia, in Belgio e nelle miniere. Negli anni 50’ non c'erano molti modi per divertirsi, tranne quando era la festa del paese e facevano vedere qualche film in piazza oppure venivano degli attori a fare dei teatrini ambulanti che soggiornavano nelle vie del paese. I divertimenti erano i giochi fuori casa con le amiche del vicinato. Ci inventavamo qualche gioco: con i sassolini; a girotondo; a salta la mula; a nascondino; a campana e con la corda. Questo, però, quando ci scappava un po' di tempo. Quando non dovevamo aiutare a casa o stare attenti ai fratelli più piccoli. Perché le mamme andavano in campagna e i padri erano in Francia. Per esempio, Il mio, era lì e tornava a Natale, per un mese. Riportava valigie piene di cioccolato, caffè, zucchero a mattonelle e la lana con cui le signore creavano le magliette per le feste e dei bei grembiuli colorati. Un’altra grande festa si faceva anche quando c'era la trebbiatura del grano. Si portava all'ara, veniva la trebbia e lì tutti i ragazzi e le ragazze si incontravano e nascevano i primi amorini.
La domenica non si lavorava e la mattina ci lavavamo con cura, ci sistemavamo i capelli e dopodiché, con il vestito buono, andavamo a messa e lì era come se fossimo in una vetrina. Ci si incontrava con i ragazzi, anche quelli di altre zone, perché non ci si conosceva tutti. Anche a me, all'età di 16 anni, un ragazzo mi ha notata fra tante e poi è diventato mio marito. Lo stesso giorno, il pomeriggio, si faceva festa. Andavamo a ballare con un gira-dischi o con la fisarmonica in casa di qualcuno. In quei tempi non c'erano né macchine, né bar, e allora per divertici ci incontravamo nelle case di ognuno.
A Picenze c'era anche la scuola elementare. Io ero la più piccola ma anche la più svelta. C'erano tanti ripetenti in classe mia che non ne volevano sapere di studiare, si mettevano agli ultimi banchi e vendevano i maiali invece di fare attenzione a quello che diceva il maestro. Oggi si dice "bullizzato", ma allora questa parola non esisteva. Ci si facevano tanti dispetti, maestri e genitori dicevano che, nonostante tutto ciò che potesse accadere, ce la dovevamo vedere noi ragazzi. In quei tempi se non stavi attento alla lezione o non riportavi i compiti fatti, venivi bacchettato e il maestro ti metteva dietro alla lavagna con i sassolini sotto le ginocchia. Dovevamo prenderci cura delle unghie e delle orecchie perché, se a scuola il maestro vedeva che erano sporche, ci bacchettava. I genitori non dovevano sapere nulla, altrimenti ci davano il resto. Penso che questo trattamento sia stato troppo severo, ma che ci abbia aiutati a crescere con il senso del rispetto verso i superiori.



